CHIOSCHI COMBUSTI di Vincenzo Campo

Alle cinque del mattino del 3 maggio scorso, sul viale delle Dune di San Leone è stato distrutto uno dei chioschi a mare, l’Hmora; un mese prima, più o meno, la stessa sorte era toccata all’Holiday Park; un paio d’anni fa o giù di lì, non ricordo più esattamente quando, erano finiti in fumo il Jamaica e quello che gestiva Mario Pardo. [img:1 align=float_left]Nessuno lo può dire con certezza, ma tutti pensiamo che questi incendi hanno un’origine dolosa e che sono collegati ad un mondo d’estorsioni. Nessuno lo dice ad alta voce e in pubblico ma tutti siamo convinti che dietro ci sia la mafia, comunque, persone in qualche modo riconducibili alla mafia; e con “mafia” intendo dire “Cosa nostra” perché tutti sappiamo che senza il placet di Cosa nostra cose come queste non se ne possono fare senza incorrere in sanzioni gravi ed evidenti.
Mi viene in mente un episodio che, all’apparenza, non c’entra nulla.
Nella primavera del ’96 mi capitò d’andare in Questura; per la prima volta -erano anni e anni che mi capitava d’entrare negli uffici della Polizia- notai che la maggior parte delle persone era in divisa, quando, fino all’ultima volta che c’ero stato, tutti, o quasi tutti, erano in abiti civili. Perfino il commissario col quale dovevo parlare era in divisa; era la prima volta che vedevo un commissario con l’uniforme e non fui capace di trattenere lo stupore; gli domandai allora la ragione di quella che m’era parsa una stranezza e che era certamente cosa inconsueta; ero in confidenza, con lui e perciò mi manifestò chiaramente il suo disappunto, mi indicò la fotografia di Giorgio Napolitano che stava alla parete alle sue spalle e mi disse che, il giorno prima o quello precedente ancora, era arrivata una sua circolare che imponeva a tutti, salvo casi eccezionali, di vestire in divisa.
Feci quello che dovevo e me n’andai, pensando e ripensando al senso di quello che era avvenuto.
Era una rivoluzione e se non una vera e propria rivoluzione, un cambiamento, tanto radicale quanto effimero, nella storia della Polizia italiana: a ben considerare le cose, una circolare apparentemente di nessun valore “politico” invertiva e capovolgeva il modo d’essere e di fare polizia in Italia sostituendo l’istituzionale “nascondersi” con un rivoluzionario e mal digerito “mostrarsi”.
Un poliziotto in abiti civili, che non porta, se non ben nascoste alla vista dei più, le insegne della sua appartenenza, si mostra e quindi è agli occhi dei più che non lo conoscono personalmente, un cittadino qualunque; sta negli uffici, gira per strada, si muove, parla, intrattiene relazioni come un uomo qualunque nel senso che la sua presenza viene percepita da tutti come una presenza qualunque, senza nessun riferimento alle Forze dell’Ordine, alla prevenzione e alla repressione dei delitti. Egli, poi, si mostrerà come poliziotto se, in relazione alla contingenza, riterrà di doverlo/volerlo fare.
Un poliziotto in divisa è immediatamente un poliziotto agli occhi di tutti, di chi lo conosce e di chi non lo conosce; in relazione alla contingenza non avrà facoltà d’agire, ma piuttosto l’obbligo di farlo perché già “mostrato” segno evidente della funzione che gli compete. In ogni caso egli, in divisa, rappresenta e mostra, per strada, negli uffici e dovunque si trovi, con la sua semplice presenza, la presenza dello Stato.
Durò poco. Da allora mai più ho visto un Commissario in divisa, se non per la festa di San Michele Arcangelo.
Era, quella di Napolitano, la logica della polizia visibile e perciò attiva comunque e in ogni luogo opposta all’altra che la vuole visibile e attiva solo se e quando ritenuto necessario.
Ora, per il caso dei chioschi combusti la polizia si mostrerà e cercherà di raccogliere indizi e prove dove è più logico e prevedibile che siano. Orme? Impronte? Rilievi, prelievi, calchi... esami, analisi, polizia scientifica? No. Niente affatto, cose da telefilm americani: interrogatori, domande, domande, domande, un’infinità di domande al proprietario del chiosco e ai suoi collaboratori; domande agli habitué e a qualche avventore, forse l’ultimo che se n’è andato la notte precedente all’incendio, se si riesce ad individuarlo; il tutto ovviamente con l’intento d’avere dal presunto estorto gli elementi per provare l’immaginata estorsione e per individuarne gli eventuali autori; con la pretesa dunque –se le cose stanno veramente come s’immagina- di conoscere gli autori da uno che ha la serenità di chi ha avuto bruciata la sua attività, da uno che, se tutto va bene e se ne ha i mezzi, può ricominciare da zero, e che non ha nessuna ragione di temere gli artefici del suo personale disastro.
E se la Polizia di Stato, i Carabinieri, la Guardia di Finanza, quella forestale che a suo tempo si sentì capace di tentare un golpe con Junio Valerio Borghese e quella provinciale pure che abbiamo appena inventato, si mostrassero di più per le strade delle città e, a maggior ragione in quelle zone in cui non ci vuole molta fantasia a prevedere possibili interventi malavitosi?
Due concezioni della polizia: una di prevenzione e una di repressione. Napolitano ministro dell’Interno preferiva la prima. Chi è con lui?

 

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