
Mi sembra quasi ovvio che non basta neppure una vita per potersi incontrare. 1. Quello che mi resta è una fotografia che ti ritrae da poco diciottenne, mentre imbracci un fucile, durante il servizio militare.
Hai l’espressione un poco inquieta, sebbene tu sia sorridente, con le fossette rassicuranti che ti si formano ai lati della bocca.
È saltata fuori da un manuale del liceo che se ne stava in cantina da decenni.
Ho avuto un sussulto quando mi sei apparso in modo così imprevedibile.
Quel viso angelico, quell’impronta quieta destinata a durare molto poco.
Eri così, ma lo avevo dimenticato.
Cos'altro se non la musica ti deviava dalle tue ombre, da quei pensieri ossessivi che non erano noti a nessuno?
Forse solo a tua madre.
E intanto, le tue dita snodabili volavano con naturalezza su quella vecchia tastiera.
Eppure, affermavi con convinzione che non eri un granché, che non avevi tecnica che ti mangiavi le note che correvi troppo di qua e di là.
Nei momenti in cui bevevi meno mi chiedevi, perché avevo scelto una vita così ordinaria che non ce la facevi a rincorrermi, per impazienza, dicevi.
E anch'io mi ero stancata di rincorrere i tuoi squilibri, dei tuoi momenti di esaltazione e anche di certe ragazze che vedevi senza che io ne sapessi alcunché.
Non ho più voluto sapere nulla di te, anche se eri presente in modo prepotente.
Nella musica che ascoltavo, nella quiete della domenica pomeriggio che tanto detestavi.
E di quanto eri diventato bravo e di come eri osannato, così almeno mi raccontavano.
Fino a quando non ci siamo poi rivisti sulla spiaggia in una anonima estate.
Stavo passeggiando col sole in faccia, col mio pancione di otto mesi, quando mi hai vista e ti sei fermato.
Mi hai detto con un po' di imbarazzo che non avevi mai visto una donna così bella prossima al parto.
Facendomi una carezza, ti sei anche raccomandato di fargli ascoltare in fretta Mozart e poi Charlie Parker.