QUANDO LA VERGOGNA ISPIRA O ACCOMPAGNA L’ARTE di Pepi Burgio

__alt__La prima volta che ho letto di una relazione tra la creazione artistica, la poesia in particolare, e la vergogna, è successo quando sono stato attratto dalle avvincenti pagine - un tempo così mi apparivano - della Teoria estetica di Theodor W. Adorno. Il quale, ribadendo con una premura quasi ossessiva la tesi secondo cui dopo Aushwitz non sia più possibile scrivere poesie né produrre un qualsivoglia fatto artistico, rintracciava nella lirica ermetica di Paul Celan il modo più acconcio "per dire col silenzio l'estremo orrore"; poiché, dirà Celan stesso in un suo verso, "l'ondeggiante parola la possiede il buio". L'ermetismo del grande poeta rumeno di lingua tedesca, assai diverso per esempio da quello italiano, ha rappresentato secondo Adorno un capovolgimento della poesia ermetica al tempo della I guerra mondiale.

Nei versi dell'ebreo Paul Celan, scampato fortunosamente ai campi di sterminio nazisti, dove però avevano trovato la morte il padre, per tifo, e la madre, uccisa con un colpo alla nuca, l'ebreo Adorno coglieva, in quanto "creazione chiusa", ovvero misteriosa, segreta, la possibilità di descrivere "la via che va dall'orrore all'ammutolire".

            La poesia di Celan per Adorno reca con sé la consapevolezza per cui, qualora intendesse rivestire sé stessa di un contenuto di verità, presto si muterebbe in qualcosa di inaccettabile; cioè spogliata della coscienza della "vergogna dell'arte al cospetto del dolore che si sottrae, sia all'esperienza, sia alla sublimazione".

            Della Shoah si può parlare soltanto a patto che venga strappata ad ogni esplicita rappresentazione, adottando con impegno prometeico modelli espressivi criptici, enigmatici, prossimi a quegli interstizi del linguaggio confinanti col silenzio. Il pensiero, dice Celan in una sua poesia, "ambula mascherato e origlia: \ poiché nulla \ si presenta in figura propria". La grande tradizione culturale occidentale, dirà Adorno in maniera perentoria, con Aushwitz ha dimostrato di essere spazzatura: scrivere poesie costituisce un atto di barbarie.

 

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Di "rapina fotografica", di un "oscuro senso di vergogna", originato dallo squilibrio asimmetrico tra il fotografo e l'oggetto posto davanti l'obiettivo, ha parlato Tano Siracusa nel libro-intervista Scattando incontro al tempo, in risposta ad una domanda postagli da Vito Bianco. Non credo di essere lontano dal vero se affermo che la preferenza di Tano per le "prospettive angolate, le immagini allusive", ovvero per particolari che possono evocare qualcosa, abbia relazione con taluni segni distintivi che contribuiscono a strutturare il suo linguaggio fotografico. Perfino la svolta intervenuta attorno alla fine degli anni '90, quando Tano matura nuove possibilità espressive, a connotare il superamento del descrittivo, del definito, vissuti ormai con una reazione di rigetto delle modalità formali precedenti, penso risponda essenzialmente all'evolvere di un'ipertrofia della coscienza, di una sensibilità iperbolica che, associate all'esigenza di pervenire ad una parziale dissoluzione della forma, grazie al "mosso" per esempio, ispiri la libertà immaginativa dei beneficiari della sua poetica.