ROTH E ZWEIG, LETTERE DELLA DISPERANZA di Pepi Burgio

__alt__Cesare, nostro caro amico, raccontava divertito, ma con un pizzico di zelo narrativo, di quando un giorno, a Bologna, era comparsa su un muro della città una chiosa ad una precedente scritta dal sapore nostalgico e ricattatorio che proclamava: “Monarchia o caos”. Chi si era premurato di optare per il caos, segnato a caratteri cubitali, esprimeva un punto di vista diffuso, in particolare a quelle latitudini. Il discredito dei Savoia, specie dopo i drammatici avvenimenti dell’8 settembre, era tale che tutto, perfino il caos, appariva preferibile al mantenimento dell’istituto monarchico; che però, nonostante la responsabilità nell’avere consentito al fascismo e al suo capo lo smantellamento dello stato liberale, nonostante l’infamia delle leggi razziali del ‘38 e gli accadimenti del ‘43 prima richiamati, nel referendum monarchia-repubblica del 2 giugno ‘46, tutte le provincie meridionali, eccezion fatta per quelle di Trapani e di Avellino, si erano espresse a favore della monarchia. Malgrado ciò, verrebbe da dire, i Savoia conservavano lo stesso, sia pure parzialmente, un appeal mitopoietico tale da consigliare agli storici di simili inspiegabili contingenze di avvalersi anche di categorie antropologiche e psicoanalitiche basiche.

Ciò che abbiamo fin qui ricordato trae origine dalla lettura di un articolo molto bello di Siegmund Ginzberg, apparso sul Foglio alcune settimane fa, a proposito del carteggio, pubblicato da Adelphi, tra due importanti scrittori austriaci, Joseph Roth e Stefan Zweig, accomunati da un tragico simile destino. Il primo rovinando a terra, nel maggio del ‘39, in una strada di Parigi, dove aveva riparato per sfuggire alle persecuzioni razziali, a causa di un grave malore, esito, in un certo senso inevitabile, di una vita pesantemente sfregiata dall’alcolismo; il secondo suicidandosi assieme alla seconda moglie in una stanza d’albergo di Petropolis, località montana non lontana da Rio de Janeiro. “Li trovarono abbracciati sul letto”, ci informa Ginzberg con l’asciuttezza che la pietà esige, “Prima si era avvelenato lui, poi lei”.

Ma cos’hanno, inoltre, in comune i due scrittori austriaci? Certo non lo spessore letterario, stando al liquidatorio e paternalistico giudizio pronunciato da Claudio Magris sulla poetica di Zweig ne Il mito asburgico, saggio un tempo considerato imprescindibile dai cultori della letteratura mitteleuropea. Secondo lo scrittore triestino, quella di Zweig è una personalità artistica “simpatica e cordiale” quanto si vuole ma “inadeguata ai problemi della sua epoca”; e quindi nulla più che una “nobile, cara e vana voce di una protesta morale contro la crudele ruota della cose”. Del tutto diversa, invece, l’analisi riservata alla poetica di Roth, sia per quanto riguarda l’attenzione alle varie peculiarità costituenti la sua cifra stilistica, che per la consapevolezza di avere colto, nei romanzi del grande scrittore ebreo galiziano, “l’incanto della sua fantasia, la calda, sommessa partecipazione umana alle cose narrate, avvolte in una dolente pietà e in un continuo palpito lirico”. Ma se la diversa quota di scrittura raggiunta marca, assumendo il punto di vista di Magris, uno scarto notevole tra la portata narrativa di Roth e quella di Zweig, cos’è che allora agisce, al di là della contingente coincidenza biografica, come collante esistenziale, psicologico? Senza dubbio il drammatico disorientamento provocato nell’uno e nell’altro dalla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico a cagione della disfatta nella I guerra mondiale. Entrambi nostalgici di un mondo ormai dissolto, dell’Impero in cui convivevano popoli lingue e religioni diversi, assistono al liquefarsi, scrive Magris, “di tutte le sane e solide possibilità vitali”: la finis Austriae. Il disprezzo condiviso dai due scrittori, sia pure con accenti diversi, di una politica che non riesce ad arrestare lo scivolamento verso il baratro suicidario dell’Europa investirà, oltre al nascente nazionalsocialismo e al comunismo, anche il sionismo. E ai due, accomunati dall’oscillare senza posa tra pessimismo e nichilismo, non resterà che il rimpianto nostalgico, sordo, per il passato, per il mondo di prima della Grande guerra, in parte idealizzato e, com’è quasi inevitabile, in parte deformato da una afflizione emotiva di fondo.

Scrive a proposito Ginzberg: “I due sono nostalgici di un mondo che fu. Roth, del mondo dello shtetl nell’Europa dell’Est, che pure in gioventù ha abbandonato per venire a Vienna, città della tolleranza nei confronti degli ebrei e della convivenza di tutte le altre minoranze dell’impero austro-ungarico. Sono ebrei erranti, ma in cerca disperata di punti fermi, di riferimenti. Zweig ha una nostalgia struggente per la civiltà e la cultura di una Vienna in cui è nato in una famiglia benestante”.

Il ruolo di simbolico garante dell’ordine, dell’armonia dell’Austria felix, che precede la precipitosa decadenza verso l’orrore del nazismo, verrà assunto, in particolare per Roth, dall’imperatore Francesco Giuseppe.

La Cripta dei Cappuccini, che con La marcia di Radetzky costituisce il vertice dell’opera di Roth, si conclude con la magnifica descrizione lirica del congiungimento inconsapevole, magnetico, del protagonista del romanzo con il sarcofago di Francesco Giuseppe, sottratto come Vienna ad una realistica configurazione storica per fungere da incarnazione dell’archetipo del padre, presupposto della legge, dell’ordine. E della sicurezza, a cui Zweig, internazionalista, europeista e pacifista, destina alcune delle riflessioni più vibranti de Il mondo di ieri, l’ultimo e il più appassionato dei suoi scritti.

Giunti alla fine, non resta che offrire l’incanto di parte dell’ultima pagina de La Cripta dei cappuccini:

L’alba spuntava su quelle croci totalmente estranee. Trascorreva un vento leggero e faceva dondolare i vecchi lampioni che ancora non si erano spenti, non questa notte. Camminavo per strade deserte, con un cane sconosciuto. Era deciso a seguirmi. Dove? - Io ne sapevo quanto lui.

La Cripta dei Cappuccini, dove giacciono i miei imperatori, sepolti in sarcofaghi di pietra, era chiusa. Il frate cappuccino mi venne incontro e chiese: “Che cosa desidera?”,

“Voglio visitare il sarcofago del mio imperatore Francesco Giuseppe” risposi.

“Dio la benedica!” disse il frate, e fece sopra di me il segno della croce.

 “Dio conservi!” gridai.

 “Zitto!” disse il frate.