EPIGRAMMI IRRISOLTI di Giulia Laiola

Mi sembra quasi ovvio che non basta neppure una vita per potersi incontrare. 1. Quello che mi resta è una fotografia che ti ritrae da poco diciottenne, mentre imbracci un fucile, durante il servizio militare.
Hai l’espressione un poco inquieta, sebbene tu sia sorridente, con le fossette rassicuranti che ti si formano ai lati della bocca.
È saltata fuori da un manuale del liceo che se ne stava in cantina da decenni.
Ho avuto un sussulto quando mi sei apparso in modo così imprevedibile.
Quel viso angelico, quell’impronta quieta destinata a durare molto poco.
Eri così, ma lo avevo dimenticato.
Cos'altro se non la musica ti deviava dalle tue ombre, da quei pensieri ossessivi che non erano noti a nessuno?
Forse solo a tua madre.
E intanto, le tue dita snodabili volavano con naturalezza su quella vecchia tastiera.
Eppure, affermavi con convinzione che non eri un granché, che non avevi tecnica che ti mangiavi le note che correvi troppo di qua e di là.
Nei momenti in cui bevevi meno mi chiedevi, perché avevo scelto una vita così ordinaria che non ce la facevi a rincorrermi, per impazienza, dicevi.
E anch'io mi ero stancata di rincorrere i tuoi squilibri, dei tuoi momenti di esaltazione e anche di certe ragazze che vedevi senza che io ne sapessi alcunché.
Non ho più voluto sapere nulla di te, anche se eri presente in modo prepotente.
Nella musica che ascoltavo, nella quiete della domenica pomeriggio che tanto detestavi.
E di quanto eri diventato bravo e di come eri osannato, così almeno mi raccontavano.
Fino a quando non ci siamo poi rivisti sulla spiaggia in una anonima estate.
Stavo passeggiando col sole in faccia, col mio pancione di otto mesi, quando mi hai vista e ti sei fermato.
Mi hai detto con un po' di imbarazzo che non avevi mai visto una donna così bella prossima al parto.
Facendomi una carezza, ti sei anche raccomandato di fargli ascoltare in fretta Mozart e poi Charlie Parker.
E poi null'altro.
Non ho più saputo nulla di te.
Tranne che ti eri tolto la vita, in una fredda domenica d’inverno.
2.
Gli androni dei palazzi, specie le domeniche d’estate, racchiudono un odore insopportabile.
È quello di frittura, di sugo fresco e di caffè.
Tutto assieme.
Non puoi sostare lì senza impregnarti.
È un pugno forte allo stomaco, come presagio di un autunno già vicino.
Bisognerebbe stare lontani dalle città, in estate.
Andare al mare e tingersi gli occhi di azzurro.
3.
Un sole timido e i bambini sono già in strada, voci allegre, concitate si rincorrono.
Il più grande sembra volare sulla bici, allarga le braccia, socchiude gli occhi.
Guardatemi! Urla agli altri.
Un applauso di mani si leva.
La mamma con le mani sui fianchi lo osserva preoccupata dal balcone, ma non vuole rovinare la festa.
È stata una bambina anche lei.
E, rassegnata, torna dentro.
4.
Ti osservo mentre lo scirocco ti scarmiglia dolcemente i capelli e tu con un gesto della mano cerchi di ricacciarli indietro.
La primavera ti fa bella, i tuoi occhi si fanno più tersi e luminosi e ti si arrossa il viso col sole caldo d' aprile.
Non oso avvicinarmi, chissà in quali remoti pensieri sei avvinghiata.
Stai frugando nella borsa, quello squillare invadente, lo hai sempre odiato.
Qualcuno ti reclama, ti alzi lentamente dal tavolo che ti ha ospitata.
Ti avvolgi nel tuo vecchio impermeabile, e solo per un attimo mi sembra che tu ti sia accorta di me.
Sono qui, dall’altra parte della strada che tento, maldestramente, di scattarti una foto.
5.
Certe volte mia nonna mi viene a trovare. Sotto forma di un odore, spesso il suo odore o del sapone di bucato con il quale lavava la sua biancheria.
E quando la sento vicina cerco di imprimere il momento della giornata, a quello che sto facendo.
Mia nonna torna sotto forma di una pietanza, di una melanzana ripiena o nel sugo fresco.
Quando quest' ultimo però è un poco acido.
Lei va e viene.
Fluttua.
È una nuvola.
È la sua mano nodosa sotto al mio mento, quando ho pianto, perché ho temuto di non farcela agli esami di abilitazione.
Ed eccola qui, adesso, in questa giornata piovosa e fredda di novembre.
È arrivata sotto forma di rosa che mi ha porto una ragazza che mi aveva vista triste e pensierosa.
6.
Sono ad una festa.
Non conosco nessuno.
La musica è solo rumore che mi confonde.
Un alito di vento mi fa rabbrividire.
Non ho nulla per coprirmi.
Il cameriere mi allunga un calice di vino.
Eccola la mia coperta sintetica.
Ne bevo un poco.
Si avvicina lei, la festeggiata.
Auguri, abbracci. Vado via, mesta.
7.
L’orologio si è fermato alle 3.15.
Nessuno sa se di notte o di giorno, non ha alcuna importanza.
Non servirà sostituirne la batteria.
Ai degenti di quel reparto non interessa più sapere che ora sia.
Ciò di cui hanno bisogno è ritornare a casa o forse in quel non luogo che noi, sulla terra, non conosciamo.
Tra questi degenti c’era anche mia nonna.
Ha occupato la sua stanza per poco tempo, appena un mese.
Morire ad agosto non dovrebbe accadere mai a nessuno.
La gente sta in giro, occupa metri quadri di spiaggia con ombrelloni, teli, borse frigo.
Ha solo voglia di riposo, di ciondolare svestita per casa, di andare a letto tardi e svegliarsi quando le cicale friniscono.
Tutti, insomma, stanno lì in cerca di divertimento, di rumore e di musica invadente.
Si può mai, dunque, morire in agosto?
Ma intanto lei, mia nonna, che ne sapeva di cosa faceva il mondo là fuori?
Dal suo letto d' ospedale non si vedeva il mare.
Lei era fissa, immobile.
Mi aspettava.
Quando arrivavo, sempre in ambasce, mi chiedeva se fossi siddiata.
Ma come avrei potuto non esserlo se continuavo a trattenere le lacrime?
Se il nostro era un tempo finito, calcolato?
Se lei continuava a stringermi e baciarmi la mano?
Se mi diceva che non potevo immaginare il bene che mi voleva?
Vorrei riavvolgere l’ordine della sua presenza nella mia vita, come in un climax discendente sino ad arrivare a quando mi teneva in braccio con le sue braccia energiche, da grande lavoratrice.
E ritornare ancora una volta a farmi cambiare il pannolino, a farmi cantare le sue nenie.
Alla sua pastina in brodo.
A farmi prestare foulard di seta e i gioielli preziosi.
A fumare una sigaretta insieme.
A fare combutta contro mia madre, scherzosamente.
Ad ascoltare lei che parlava poco.
Alle sue raccomandazioni, alle sue attenzioni e ai suoi “passerà, amore mio”.
Non devo essere siddiata, se con lei va via l’ultimo baluardo del mio ammizzigliamento?
Ho perduto per sempre un patrimonio inestimabile di umanità o forse tornerà sotto forma di altri segnali.
(foto di Amedeo Burgio)
