LIBERE DI SCEGLIERE. DONNE CONTRO LE LORO FAMIGLIE MAFIOSE di Ottavio Sferlazza

__alt__2 aprile 1985 – 2 aprile 2026. Oggi ricorre il 41° anniversario di una strage dimenticata, quella di Pizzolungo, nella quale, nel corso di un attentato al sostituto procuratore della Repubblica di Trapani, Carlo Palermo, rimasero dilaniati dalla esplosione i gemellini Giuseppe e Salvatore Asta di 6 anni e la loro madre, Barbara Rizzo, che li stava accompagnando a scuola.

A loro va il mio commosso ricordo; ma voglio rivolgere anche un pensiero ai sopravvissuti Carlo Palermo, l’autista Rosario Maggio, e gli agenti di scorta, Raffaele Di Mercurio, Antonio Ruggirello e Salvatore La Porta rimasti gravemente feriti.

All’epoca svolgevo le funzioni di giudice istruttore penale a Trapani, mia prima sede, e la macchia di sangue lasciata dal corpicino straziato di uno dei bambini sulla parete di una palazzina a centinaia di metri dal luogo dell’esplosione rimarrà per me un indelebile e terribile ricordo per alimentare e custodire il dovere della memoria.  

 Margherita Asta, sorella maggiore dei gemellini, che all’epoca aveva dieci anni, si salvò solo perché quella mattina, per non fare tardi a scuola a causa di un litigio tra i fratellini, chiese un passaggio ad una vicina di casa.

Per una tragica fatalità la volkswagen Scirocco di Barbara Rizzo, nel superare una autovettura volkswagen Golf imbottita del micidiale esplosivo “Semtex” (costituito da T4 e pentrite, che presentava notevoli analogie chimiche con quello utilizzato in data 29/7/1983 per la strage di via Pipitone Federico in pregiudizio del consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici) e posteggiata ai bordi della strada fece da scudo alla Fiat 132 blindata su cui viaggiava Carlo Palermo che a sua volta l’aveva affiancata per superarla.

A Margherita, che con il suo impegno sociale insieme a Libera coltiva quotidianamente quella memoria, continuando a chiedere verità e giustizia, rivolgo un pensiero ed un abbraccio affettuosi.

Ma voglio anche sottolineare un importante dato investigativo e giudiziario.

Alle condanne di Riina Salvatore e Virga Vincenzo, separatamente giudicati con il rito abbreviato, nonché di Madonia Antonino e Di Maggio Baldassare, giudicati con rito ordinario, solo dopo alcuni anni si è aggiunta, ultima in ordine di tempo, quella di Galatolo Vincenzo, rappresentante della famiglia dell’Acquasanta, inserita nel mandamento di Resuttana, feudo incontrastato della famiglia Madonia di cui il Galatolo è sempre stato il braccio destro e fiduciario.

Va innanzitutto rilevato che GalatoloVincenzo, deceduto in carcere nel novembre del 2023, era stato condannato con sentenza irrevocabile per gravissimi fatti omicidiari,  tra i quali il fallito attentato dell’Addaura in danno di Giovanni Falcone, l’omicidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo, nonchè la strage di via Pipitone Federico in cui rimasero uccisi il consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici, il maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi e l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile in cui Chinnici viveva, Stefano Li Sacchi.

Il Galatolo è altresì noto per avere vissuto nel famigerato fondo Pipitone, nel quartiere dell’Acquasanta, in cui disponeva di una palazzina ove abitava con la famiglia, nonché di alcuni immobili che non solo avevano costituito la sede di riunioni operative e decisionali per i gravissimi fatti sopra ricordati ma anche la base logistica  da cui erano partiti gruppi di fuoco tra i quali anche quelli responsabili dell’omicidio del commissario Antonino Cassarà e dell’agente Roberto Antiochia (6/8/1985) nonché dell’omicidio dell’onorevole Pio La torre e dell’autista Rosario Di Salvo (30/4/1982).

La condanna del Galatolo, con sentenza del GUP presso il tribunale di Caltanissetta  in data 13/11/2020 e divenuta esecutiva il 13/6/2023, assume un particolare significato perchè è stata resa possibile dalle circostanziate e qualificate dichiarazioni accusatorie della figlia, Galatolo Giovanna, escussa come testimone e non come collaboratrice di giustizia, la quale, grazie al suo notevole patrimonio conoscitivo, ha fornito un significativo riscontro alla chiamata in correità del collaboratore di giustizia Onorato Francesco, killer della famiglia Galatolo.

La scelta di collaborare con l’autorità giudiziaria e di ripudiare il suo vissuto familiare mafioso ed i legami di sangue, esponendosi al gravissimo pericolo di rappresaglie, è stata molto travagliata, maturata in piena solitudine e nel corso di un lungo periodo, e secondo quanto dichiarato dalla stessa Galatolo la decisione è stata assunta per motivi strettamente personali e per la “necessità di affrancare lei e la figlia dalle soffocanti regole imperanti all’interno della sua famiglia di origine”.  

Inoltre, la tragica morte dei bambini e della loro madre aveva suscitato molta indignazione nelle donne della sua famiglia, compresa la madre che era stata per questo schiaffeggiata dal Galatolo.

La coraggiosa scelta della Galatolo, costituisce un fatto di straordinaria importanza non solo per l’appartenenza della stessa ad una delle più potenti famiglie di “cosa nostra” ma anche perché si colloca nel solco della presa di distanza da parte di alcune donne appartenenti a famiglie mafiose o di ‘ndrangheta (tra queste ultime meritano di essere citate  Maria Concetta Cacciola e Giuseppina Pesce) da un certo modello culturale di moglie e madre le quali, attraverso il ripudio della logica della obbedienza acritica e della sottomissione al capo-famiglia, riscattano la propria dignità di donna, tradizionalmente destinata a trasmettere ai figli disvalori e modelli culturali arcaici, e decidono finalmente che si può e si deve assicurare ai figli un futuro diverso rispetto a quello ineluttabile delle stesse scelte criminali dei padri.

Di qui l’importanza del ruolo antagonista della donna e delle sue enormi potenzialità emancipatorie, perfino sul piano del contrasto culturale alla criminalità organizzata di tipo mafioso, comunque localmente denominata, con particolare riferimento alla mafia ed alla ‘ndrangheta per la loro forte connotazione familistica.

Il protocollo ed oggi progetto di legge “liberi di scegliere”- dal titolo del libro di Roberto Di Bella e Monica Zapelli, ed.Rizzoli - per tutelare i giovani figli di famiglie mafiose, ma anche donne o genitori che decidano di allontanarsi dal contesto della criminalità organizzata, costituiscono un messaggio di speranza nella prospettiva per ciascun minore di realizzare un progetto di vita che consenta di attualizzare la sua capacità di libertà, una libertà orientata verso la legalità ed il bene comune.

Ottavio Sferlazza, magistrato in pensione