"CHE FASTIDIO QUEI BUZZURRI A FERRAGOSTO!" di Rodolfo di Rosa

__alt__C’è qualcosa, in questo genere di racconti sul Ferragosto, che mi fa sempre sorridere. Perché, alla fine, il problema non sembra essere soltanto il caldo. È anche la gente. Quella gente che assale le spiagge, che porta le sedie pieghevoli, le borse frigo, i bambini, le angurie, le casse sonore e una quantità di allegria inversamente proporzionale al conto in banca. La gente del “normale bordello”. Quelli che non hanno il resort, la piscina privata, il gazebo vista mare e il cameriere che arriva silenziosamente con qualcosa di fresco mentre loro meditano, rigorosamente in silenzio, su come non versare domani l’IVA, magari fottendo anche la gente del “normale bordello”.

Quelli che, invece, se vogliono fare il bagno, vanno al mare.

E se vogliono divertirsi, si portano da casa panini, birra, sosizza, pasta al forno e quella colorata tovaglia che ha visto tanti Ferragosti. Non hanno grandi patrimoni da proteggere, né ville dove rifugiarsi dal popolo rumoroso. Hanno qualche soldo, spesso pochi, e cercano di trasformarlo nella cosa più difficile da comprare al supermercato: una giornata di felicità. E allora sì: fanno casino. Ridono. Urlano: «Papà, talè comu natu!». Mettono la musica. Mangiano sotto il sole. Si tuffano. Si chiamano da un ombrellone all’altro e raccontano "o zu Lillu", in videochiamata, cosa stanno facendo. Sono, insomma, terribilmente vivi. E forse è proprio questo che dà fastidio. Perché il Ferragosto popolare non è elegante, non è contemplativo. Non conosce la liturgia del prosecco al tramonto.

Il Ferragosto popolare, purché non sporchi, perché il divertimento civile ha le sue regole, è il caos. Ma è anche una delle proche forme di vacanza rimaste a chi non può permettersi di pagare la distanza dagli altri. E mentre il “buzzurro” ferragostano cerca disperatamente un metro quadrato di spiaggia per piantarci un ombrellone da venti euro, qualcun altro, magari nello stesso momento, se ne sta comodamente in piscina a contemplare il silenzio, il paesaggio e, chissà, qualche nuovo modo per aggiudicarsi domani un appalto. Magari con il solito, piccolo aiutino al sistema.

Lì, naturalmente, niente musica ad alto volume. Niente schiamazzi.

Solo discrezione durante la telefonata «all’amico».

Per questo io, davanti alla moltitudine ferragostana, provo più simpatia che fastidio.

Se poi, ovviamente, è pulita e non sporca. Perché così deve essere il divertimento civile. Mi aiuta anche la memoria. Da ragazzo facevo anch’io quasi così, con gli amici, assaporando la gioia di vivere già sul bus, davanti al finestrino aperto, quando arrivava l’odore della salsedine. Perché quella gente non ha bisogno di fingere di essere altrove. È lì. È con la propria povertà, con la propria allegria, con il proprio rumore, con i propri bambini e con quella straordinaria capacità di godersi una giornata senza aver prima dovuto prenotare la felicità. E se proprio dobbiamo cercare un colpevole del caldo, forse non comincerei da loro. Comincerei da chi, per decenni, ha trasformato l’ambiente in una voce di bilancio, il territorio in una merce di scambio per voti e il futuro in una cosa da rimandare sempre a domani.

Il “buzzurro” in spiaggia, almeno, l’aria la respira. E il mare, quando può, lo guarda. Gratis