CERCARE LA LUCE CHE ILLUMINA ANCHE IL MALE di Pepi Burgio
Una giovane donna lontana, commossa per la scomparsa di una cara comune amica, si chiede e forse mi chiede al telefono, senza attendersi alcuna risposta, il perché di tanta ingiustizia se il male sembra accanirsi sulle persone buone e gentili e indulge con gli stolti e i cattivi. È in questo contesto di disagio, tale da indurre un certo intontimento, che sfoglio distrattamente il tablet. Una notizia con immediatezza si impone, dice di una serie di incontri, la Lectio Petri, tenuti nella Basilica Papale di San Pietro su vari temi, tutti interessanti, in cui si incontrano, grazie anche al valore di alcuni dei suoi relatori, la riflessione filosofica e quella teologica con la filologia biblica e, quando ciò è possibile, come nella parte finale dell'intervento del Cardinale Ravasi, con la parola poetica; in particolare quella di Ungaretti, Pietà del 1928, uno dei componimenti più famosi ed apprezzati del poeta.
A conclusione della giornata dedicata al Qohèlet o Ecclesiaste, la riflessione di Massimo Cacciari, forse il filosofo più impegnato nel dialogo tra cultura laica e cultura cattolica. Ho provato ad intrecciare alcuni degli spunti più fecondi della sua relazione, con i rimandi testuali a cui mi ha felicemente ancorato la necessaria rilettura dello "strano libro", così lo definisce Cacciari, confermando quanto viene scritto esplicitamente nella introduzione einaudiana al testo da Doris Lessing: "È davvero un'impresa scrivere anche solo poche righe intorno a un testo che ha ispirato innumerevoli esegeti, commenti, analisi, nel corso di così tanti secoli e in così tante lingue".
Cacciari esordisce ponendo una domanda retorica ad incipit dello svolgimento della sua interpretazione: "È tutto vanità, è tutto fumo, vento che mangia, questo creato che suscita meraviglia agli occhi del Qohèlet? No, non è così". È a questo punto che il filosofo, respinta la vulgata classica che propone quasi esclusivamente una piegatura "pessimista" del Qohèlet, afferma che questa singolare personalità, appartenente probabilmente alla aristocrazia intellettuale della Gerusalemme del III sec. a.C., non abbia nulla a che fare con la tradizione del pensiero "pessimista" occidentale; per il Qohèlet il mondo è un ordine, egli è uno che crede nell'unicità di Dio e nella intima relazione, oggi diremmo leopardiana, pasoliniana, tra sapere e sofferenza. Mi detti allora ad esaminare la sapienza e la scienza, la stoltezza e la pazzia e compresi che questo è un affaticarsi in vano, perché dov'è molta sapienza è molta molestia e chi accresce il sapere aumenta il dolore.
Qohèlet, dice Cacciari, vuole sapere e vedere, non è mai sazio di vedere, e più vede e più coglie la sofferenza. Si impone quindi una domanda, ovvero quella che diventerà centrale, caratterizzante la poetica di Dostoevskij: perché Signore, creatore del mondo in cui noi siamo tue creature, esperiamo ogni giorno il legame indissolubile tra l'esistere e il soffrire? Ma, dice ancora Cacciari, ancorché irresoluto l'interrogarsi conta, conta la sapienza, la luce che fa vedere conta. Dolce cosa è la luce; e agli occhi piace di vedere il sole. Anche se per molti anni vive l'uomo tutti se li goda, e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti: tutto ciò che viene è poi vanità. Non è lecito adagiarsi in un pigro far finta che il dolore, la sofferenza non sia. Ciò che propone il Qohèlet non somiglia, se non attraverso una lettura parziale, frettolosa del suo testo, al richiamo oraziano al carpe diem. L'interpretazione proposta da Cacciari afferma l'ispirazione tragica che anima il libro del Qohèlet: non bisogna arrendersi alla sofferenza, pessimo etimologicamente è "colui che cade a terra" e cessa di interrogarsi. No, il movimento del Qohèlet va alla luce prima che si oscuri il sole, non c'è alcuna resa alla disperazione, alcuna rinuncia alla luce.
Tuttavia, ed è questo uno dei momenti più alti della riflessione di Cacciari, non bisogna vaneggiare credendo che le parole siano in grado di intercettare la verità: Ogni parola viene meno né sa l'uomo parlarne: non si sazia l'occhio di guardare né mai l'orecchio è pieno d'udire.
Chi crede di possedere un linguaggio che detiene la verità, oltre al possesso della terra e dei beni, chi possiede appartiene alla stirpe di Caino, non di Abele, non di Giobbe che chiede al Signore il perché della sua sofferenza, del suo dolore.
Quindi Cacciari, prima di avviarsi a concludere il suo intervento, riproponendo l'azione e l'interrogazione come una sorta di traccia grazie alla quale orientarsi nell'osservazione di alcune dinamiche dello spirito umano, si richiama a s. Agostino; quando a proposito della coscienza della miseria della sua parola, perfino incapace ad esprimere se stesso, il vescovo di Ippona mette in risalto la radicale stoltezza alla base della domanda circa il perché della relazione fra esistere e soffrire.
E così il fumo, come il vento che mangia, si converte, nella interpretazione suggestiva e profonda del filosofo veneziano, da marchio della vanità a simbolo virtuoso di ciò che nulla trattiene, che nulla possiede.
