LE ROVINE CHE NON ABBIAMO MOSTRATO di Vittorio Alessandro
Non mi rassegno all’esito di Agrigento Capitale Italiana della Cultura, alla grandissima opportunità perduta. L’esclusione della Nazionale italiana dai campionati del mondo ha provocato una delusione cocente, ma fra quattro anni saremo lì, tra Spagna e Marocco, questa volta senza confini, senza le barriere galleggianti che affogano. Magari ci presenteremo con una squadra giovane e fantasiosa, ripartendo da zero. Agrigento no. Ha perso e non ci saranno altre opportunità come questa. Non è sbagliato, dunque, continuare a chiedersi perché: serve a riconoscere i nostri limiti e a chiamarli per nome. Quelli, soprattutto, di una classe politica chiusa nei confini di un potere sordo, impaurito, frammentato in territori e cordate. Ma anche quelli di una direzione culturale ad esso quasi completamente piegata, soddisfatta dei piccoli risultati strappati alla palude delle occasioni trite, degli eventi scontati.
Dell’idea che il più grande dono da offrire agli agrigentini sia la moltiplicazione esponenziale delle sagre, la riproduzione in piazza degli eventi televisivi e l’apparizione, come da una lampada di Aladino, dei loro protagonisti. Insieme a tutto ciò, si è pensato di nascondere della città proprio quello che non soltanto non andava nascosto, ma esibito: l’urbanizzazione selvaggia, i ponti rimasti incompleti, la viabilità al limite del sostenibile. Accanto ai nobili resti del passato, Agrigento avrebbe dovuto mostrare le sue “rovine minori”, come le chiamerebbe Antonio Spadaro, e non nascondere il proprio “paesaggio narrativo” sotto un tappeto che non può esistere così capiente. Semmai avrebbe dovuto illuminarlo di notte, come i Templi. Avrebbe dovuto raccontare il proprio sogno infranto, la stagione rimasta interrotta, a tutti (e a se stessa) sussurrare: da qui si ricomincia.
