"MI CHIAMO IBRAHIMA E VOGLIO ESSERE ITALIANO"di Alessandro Riccardo Tedesco

Si chiama Ibrahima. Lo chiamo Senegal, perché non mi ricordo i nomi di tutti. Smanettava col cellulare mentre facevo lezione. Ogni tanto lo sollecitavo ma era troppo distratto, l’ho lasciato tranquillo, scriveva... Alla fine della lezione mi sono trattenuto un attimo a sistemare le mie borse, il computer, i libri e tutte le fotocopie utili e inutili che mi porto sempre appresso – per inciso, ormai al lavoro mi hanno soprannominato “professor Toner”! Non mi ero accorto che lui era ancora lì, in aula, a scrivere. Mi si avvicina col suo quaderno e me lo porge aperto su una pagina:

- Professore, io no sono andato a scuola nel mio paese... - guardandomi con quella sua faccia sempre mite, quasi triste. Prendo il quaderno, e sul foglio poche righe scritte a stampatello con una mano incerta, un andamento sghembo: MI CHIAMO IBRAHIMA LEMOR HO 28 ANNI SONO SENEGALESE SONO PARTITO DAL SENEGAL IN AGOSTO DEL 2016 SONO ANDATO IN MALI POI SONO ANDATO IN BURKINA FASO POI NIGER POI SONO ARRIVATO IN LIBIA SONO STATO 14 MESI. DALLA LIBIA SONO ARRIVATO A CATANIA IL 3 GENNAIO 2018.

- L’hai scritto tutto tu? Bravissimo! – Lui mi sorride compiaciuto.

- Professore, io no sono andato a scuola nel mio paese. - Mi dice come a scusarsi per la calligrafia elementare.

- Ma hai imparato tutto qui in Italia?

- Sì, a Catania e poi qui.

È stupefacente come in così poco tempo alcuni ragazzi riescano a imparare non solo i fondamentali di un’altra lingua ma addirittura imparare tutto ciò che avrebbero voluto fare in passato: Ibrahima è arrivato in Italia totalmente analfabeta, ora è in grado di scrivere sia in francese che in italiano.

- Ibrahima, perché non hai studiato nel tuo paese? - Gli chiedo.

- Io ero piccolo quando mia mamma e mio papà sono morti.

- E con chi sei rimasto? – Provo a chiedere, sperando nella risposta.

- Con amico di mio padre. - Mi guarda dritto negli occhi, occhi neri, tutti neri.

- E non ti ha fatto andare a scuola?

- No, io ho lavorato sempre. - Ibrahima vuole raccontarmi la sua vita, solitamente sono io a chiedere di raccontare la loro esperienza, ma spesso si rifiutano, perché non vogliono ricordare, perché vogliono solo dimenticare e andare avanti, oltre.

- E cosa facevi? - Pane, forno. - Mi guarda, sorride, - da quando sono piccolo così professore -, e fa il gesto col palmo della mano rivolto in basso, e la mano molto in basso, - e io sempre lavorare su una sedia perché piccolo -. E ride.

E allora gli chiedo se faceva la pizza e lui mi risponde: - Sì professore, metto tapioca, buona! - E ride.

- Perché sei venuto in Italia non stavi bene? - Gli faccio la domanda, la stessa che faccio a tutti.

- No, l'amico di mio padre era cattivo, io sempre al lavoro. - E quindi hai deciso di partire. E come ti sei pagato il viaggio? - La sorella di mia mamma, mi ha aiutato, cinquecento dollari e sono partito.

Ibrahima ora è un fiume in piena, nel suo italiano stentato mi racconta tutto, senza che io debba fargli domande, lo aiuto solo con qualche termine o verbo, in questi dialoghi ne approfitto sempre per insegnare qualcosa... Mi racconta che ha preso quei soldi ed è andato in Mali dove è rimasto 2 mesi; lì ha lavorato come panettiere, ha racimolato qualche cosa per continuare il viaggio fino in Burkina Faso dove un amico del padre lo ha aiutato prestandogli una somma per arrivare in Libia. Dovrà restituirgliela un giorno... E così è riuscito a raggiungere Tripoli. Ma in Libia è stato terribile: durante il viaggio ha subito torture e sevizie, e all'arrivo nella capitale libica è stato davvero l’inferno. Gli sono stati chiesti altri soldi ma Ibrahima non aveva più nulla e così è stato rinchiuso in una gabbia con altri africani. Africani, sì, perché il Maafa, l’olocausto africano – cinquecento milioni di vittime la “tratta atlantica” insieme a quella dei neri in ambito africano: la “tratta arabo-islamica” degli schiavi o anche il "commercio islamico" di esseri umani -, non è mai veramente terminato.

E in Libia, dove gli africani sono costretti oggi a transitarci per tentare il passaggio del Mediterraneo, finiscono per diventare vittime di atrocità, rinchiusi a marcire nelle carceri e trattati non come delinquenti, ma bestie. E non si tratta di politiche per frenare l’immigrazione, no, si tratta di odio e disprezzo che continua ad alimentarsi: i neri rimangono Adb, schiavi, inferiori. Nessuna umanità concessa o riconosciuta. La Maafa non è storia passata, purtroppo. È oggi, adesso, continua

- Ibrahima, ma sei stato due anni in viaggio?

- Sì professore, A Tripoli rimasto 14 mesi! E 4 mesi in galera. -

Quattro mesi con i polsi legati, a dormire insieme ad altri suoi compagni di viaggio buttati sul cemento sudicio, nutriti di pane e acqua, solo perché è così che si fa, è così che la bestia più forte addomestica le bestie africane, è così che la cultura secolare del conquistatore insegna: depredati dagli occidentali, saccheggiati dai colonizzatori, espropriati dai diritti sanciti dalle leggi di civiltà millenarie, torturati dalla storia. Ma riesce a scappare Ibrahima, si nasconde Ibrahima, trova una famiglia che lo aiuta, trova lavoro ancora come panettiere, muratore, operaio tuttofare; in dieci mesi racimola la somma che finalmente gli consente di salire su un barcone. Erano in 350, il suo un biglietto di seconda classe, sottocoperta, economico, ma pericolosissimo: basta poco e loro sono i primi a morire impossibilitati a salire all’aperto e molti di loro muoiono per mancanza di aria e uccisi dalle esalazioni del carburante emanate dalla vicina sala macchine. E Ibrahima porta sul suo corpo i segni delle ustioni del continuo contatto con il carburante, oltre ai segni delle torture inferte in Libia. Mi racconta dell'arrivo a Catania, salvati da una nave appartenente ad una ONG, mi racconta della sua felicità, mi racconta che quando vide la terra ringrazió gli italiani di averlo salvato e di avergli restituito la vita. - Professore, io voglio imparare l’italiano, io voglio lavorare, io voglio restare in Italia, io voglio essere italiano.

categorie: