"CIAO FABIO, AMICO FRAGILE" di Giandomenico Vivacqua

Fabio De Vecchi se n'è andato, lasciandoci nello sgomento. Vogliamo ricordarlo con la riproposizione di un video girato da lui e qui presentato da Giandomenico Vivacqua.

Io non ho particolari competenze per presentare il film di Fabio De Vecchi, non possiedo un’educazione speciale alla settima arte, né una cultura filmica di superiore livello, come ad esempio, qui tra noi, Beniamino e il suo gruppo.

La mia competenza specifica si ferma a Fabio, di cui sono, di cui mi sento molto amico. Ecco, io sono un interprete di Fabio, un cultore di questo specifico oggetto che è la sua esperienza esistenziale, la sua sensibilità, i suoi difetti, i suoi numerosi pregi umani. All’amicizia, però, voglio pensare di aggiungere una certa curiosità intellettuale, che mi consente, credo, di superare il primo livello di lettura, guidandomi verso ricognizioni sempre più avanzate del personaggio Fabio.

Del film Lo sguardo eccentrico dirò che è incantevole, alla lettera. Cioè, che incanta, che affattura, che è pervaso di magismo, di suggestioni metafisiche. Davvero sembra girato con un sguardo più che eccentrico, più che laterale, con uno sguardo medianico, capace di attingere l’invisibile della nostra città, ben oltre i misconoscimenti culturali o politici di certi luoghi negletti che amiamo, penetrando di quei luoghi una dimensione che ne trascende la realtà fisica.

Ecco, in questo prezioso cortometraggio, il metadiscorso filmico di Fabio non si limita a essere un compiaciuto e ancillare supporto dinamico del testo e delle fotografie di Tano Siracusa. Fa molto di più. Tano Siracusa articola un discorso, pertinente e interessante, sul rapporto mobile tra centro e periferia, e sulla difficoltà di una corretta dialettica tra questi due poli dell’esperienza abitativa, su scala urbana, locale, e su scala planetaria. Fabio, a mio avviso, col suo iperrealismo magico (mi sia consentita questa formula sperimentale), con la densità rituale del suo racconto, con la casualità premeditata delle sue immagini, col suo simbolismo asciutto ma radicale, con il suo arsenale di apparizioni e sparizioni, di luci folgoranti e di ombre gotiche, rigenera il discorso di Tano Siracusa, spingendolo verso una condivisa rinuncia alle postreme risorse polemiche di un sudismo estetizzante, di un pauperismo sentimentale. Il film di Fabio riassume i principali temi della poetica fotografica, della riflessione filosofica, della confessione esistenziale di Tano, riconfigurandoli in una visione rarefatta, in un altrove estemporaneo e dunque eterno. Fabio mette in scena una città sensuale oltre i nostri sensi, indifferente a tutte le programmate e mai compiute palingenesi, e per questo al riparo dall’eterogenesi delle nostre buone intenzioni. Il film di Fabio è, più di quanto io non sia capace di esplicitare in questo breve intervento, un antidoto al nostro sentimentalismo periferico, perché ci rivela con esattezza che le sue uniche possibilità sono oltre il dato di realtà. Per conseguire questa iniziatica visione, Fabio si è appostato in una grinza del tempo, fuori dal tempo, ma dentro lo spazio della nostra città, per strade che lui conosce bene, che lui frequenta, che lui percorre a piedi come gli adolescenti del dopoguerra. Nei suoi erratici percorsi, Fabio ha maturato una consapevolezza magistrale di cosa sia la nostra città, fuori dalla produzione e dalla responsabilità familiare, in luoghi e momenti, avremmo detto dieci anni fa, fuorivista.

Dunque, riassumendo, se le fotografie di Tano ci mostrano la periferia dentro il centro, il sud dentro il nord, il film di Fabio ci svela che quei luoghi non hanno alcuna consistenza topografica, ma sono e rimarranno, al netto di qualunque riscatto urbanistico e sociale, gli scenari proiettivi del nostro irredimibile disadattamento.

(Intervento scritto in occasione della presentazione del documentario alla Caverna di Platone, Agrigento, 2011)

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