CESCO BATTISTA. "QUANDO ANGELINA MI DISSE SI'" di Giacomo La Russa

«“T’arritrari, Paolì, t’arritrari”, gli dicevo ogni volta. Paolino manco rispondeva, si voltava e andava via. Lavoravamo insieme alla miniera. Pirriatùri io, manovale lui. Qualche mese prima, quando i parenti della ragazza mi avevano detto di no, non me l’ero fatto ripetere due volte. C’ero rimasto male, è vero, ma avevo accettato e, per tornare a casa, non passavo più per via Reale. Il padre della ragazza, dopo tutto, c’era morto. Era successo molto tempo prima. Io nemmeno l’avevo conosciuto. Non ci lavoravo ancora alla Ciavolòtta. Però, ogni tanto, ne sentivo parlare, quando facevamo una pausa e i compagni più anziani si mettevano a ricordare quelli che c’erano rimasti. A quanto pareva, quella volta, c’era stato uno scoppio di grisou e il padre della ragazza se l’era preso in pieno, aveva perso i sensi e non era più tornato. Ma era successo prima della guerra e Angelina doveva essere ancora una bambina. “T’arritrari, Paolì, t’arritrari”, gli dicevo ogni volta. Quando infatti, un giorno, mi era arrivata voce che la ragazza era stata promessa a lui, a uno che era un surfaràru come me, l’avevo presa come un’offesa, una cosa che il Signore non poteva benedire. Se non me la danno perché la miniera fa venire brutti pensieri, lo posso capire, ne basta già una di disgrazia sotto un tetto, ma a un surfaràru come me, a uno che fa il manovale e guadagna persino meno di me, non è una cosa giusta.

T’arritrari, Paolì, t’arritrari”, gli dicevo ogni volta. Ma quello manco rispondeva, si voltava e andava via. Fu allora che ne parlai con mio padre, un surfaràru pure lui, uno che, con rispetto parlando, aveva i coglioni per davvero. Mi disse: “Ci penso io, figlio mio, ci penso io”. Lo lasciai fare, io mi fidavo, era uno che sapeva il fatto suo. Insomma, come fu e come non fu, Paolino a un certo punto si ritirò e, un giorno, potei andare a spiegarmi coi parenti della ragazza. Ma quelli non mi dissero né sì né no, mi dissero solo di aspettare, che dovevano vedere. Io, intanto, ero tornato a passarci ogni sera dalla via Reale. Mi fermavo sotto la finestrella, m’accendevo una sigaretta, parlavo con qualcuno. Poi, quando la finestrella s’apriva, io nemmeno la vedevo, mi bastava che ci fosse e me ne andavo. Passarono così settimane, mesi. Ogni tanto parlavo con uno zio, lo fermavo e gli dicevo: “E allùra?”. Lui faceva: “Vidému, vidému, nun aiu chi ti diri, vidému”. Un giorno, stavo davanti casa, a Fonti Canali. Pulivo le scarpe per la domenica. Ci tenevo. Ero un cristiano anch’io. Si presentò un ragazzo, un giovane, più o meno la mia età. Mi disse nome e cognome. Era un picuràru. Mi spiegò la cosa. Voleva dirmelo prima, gli sembrava giusto. S’era già messo d’accordo coi parenti della ragazza. Gli avevano detto di sì, che gliela avrebbero data. Così, quella sera, sarebbe andato a farsi zito con Angelina. Aveva più di cento capi, dopo tutto. Io pensai che, questa volta, non potevo farci niente, che non era un surfaràru come Paolino. Lo ringraziai e gli strinsi la mano. La notte dormii poco e male. Angelina mi piaceva. Mi veniva una certa cosa quando ci pensavo. Anche se, a dire il vero, m’ero fatto intanto zito con una che stava alla Giatédda. Ma la testa l’avevo sempre a via Reale. L’indomani mi alzai col buio. Mi vestii, presi la cituléna, il mangiare e me ne uscii. Tutto il giorno lavorai stanco, di cattivo umore. Ogni tanto c’era qualche pezzo di parete che non se ne veniva, che stava lì come sospeso. Allora lo colpivo col piccone, gli scaricavo contro tutta la rabbia che potevo. Ma sapevo che stavolta non potevo farci niente. Era un picuràru, non un surfaràru. Anche sulla via del ritorno, non mi andava di parlare. Stavo muto, silenzioso. I compagni mi dicevano qualcosa e io facevo finta di non sentire. Arrivai a casa come sempre, pomeriggio. Vidi subito mia madre. Ma non stava seduta sulla porta. Era in piedi, un po’ nervosa. Mi venne incontro e me lo urlò: «Cé, Cé, voli a tia, voli a tia!». Fonti Canali era in fondo a via Reale. La notizia era già arrivata. La sera prima il picuràru era andato a spiegarsi coi parenti e s’era fatto zito. Era stato lì, gli avevano offerto un bicchierino e qualche mandorla. Poi lui aveva salutato ed era andato via. Ma la mattina, la ragazza aveva detto a tutti quei parenti: “E Cescu Battista nun vali nenti?”. Capisce, signore mio: “E Cescu Battista nun vali nenti?”. Insomma, quando ci penso, ho novantasei anni, mi vengono ancora le lacrime. “E Cescu Battista nun vali nenti?”, aveva detto la ragazza a tutti i suoi parenti. Cosa vuole che le dica allora? Andò proprio così, signore mio, il picuràru dovette ritirarsi e io potei farmi finalmente zito con Angelina».