L'EQUAZIONE IMPERFETTA DELL'AMORE di Vito Bianco

''L’amore è il soggetto dei soggetti, soprattutto al cinema''. Così si difendeva Truffaut quando, negli anni intorno al Sessantotto, gli intellettuali engagés lo accusavano di disertare i temi sociali e politici per continuare a fare film su un tema futile come i rapporti tra uomini e donne. Avrebbe anche potuto aggiungere che niente come lo stato delle relazioni sentimentali dà conto dello stato di salute e di crescita civile di una comunità, e che niente, quindi, e più politico dell’amore.
Mi piace immaginare che Maria Sole Tognazzi (figlia del grande Ugo, un attore che non ha ancora ricevuto la valutazione critica che merita) sia partita da questo assunto nel momento in cui con Ivan Cotroneo si è seduta al tavolino per scrivere la storia del suo secondo lungometraggio dopo il buon esordio di Passato prossimo, che risale ormai a quattro - cinque anni fa.
L’uomo che ama ha infatti per argomento l’imprevedibilità e il mistero irrisolvibile del sentimento amoroso, esplora a distanza ravvicinata la sempre imperfetta equazione dei sentimenti, la ricerca della felicità sentimentale che spesso si risolve in dolore, proprio e altrui, dato che quasi sempre l’attrazione viene meno e uno dei due si allontana alla ricerca di un altro o di un’altra, lasciando chi rimane in un deserto che si allarga sino a che la vita torna a prendere il sopravvento, come dice Marisa Paredes durante l’unico colloquio intimo tra lui e il suo impiegato, il farmacista Roberto Stassi, che questo deserto sta faticosamente cercando di attraversare.
Con attenzione fenomenologica e densità di sfumature, il film della Tognazzi racconta la doppia vicenda sentimentale di Roberto, interpretato da un Pier Francesco Favino in stato di grazia, che affronta una prova davvero impegnativa, superata brillantemente dall’attore romano che si conferma uno dei due o tre migliori talenti della sua generazione. Favino interpreta il suo personaggio con rara sensibilità, lavorando con i gesti minimi e concentrando nelle espressioni del volto il massimo della comunicazione emotiva, seguendo con intelligenza la lezione minimalista di Eduardo, che qui da noi ha per fortuna ottimi e affermati seguaci (Toni Servillo, per fare un solo nome).
Dopo una relazione durata qualche anno, Roberto incontra Sara (Ksenia Rappoport), che lavora alla reception di un grande albergo. Inizia con lei una relazione, che sembra destinata a consolidarsi. Una insincerità della donna spinge però Roberto a lasciarla, ma dopo poco capisce di non poterne fare a meno e cerca di ritrovarla. Sara accetta di incontrarlo, e durante il colloquio si vede costretta a dire a Roberto che non può tornare con lui perché non lo ama.
E qui comincia lo sperdimento e il dolore di Roberto, tra insonnie, attesa illusoria e vagolamenti notturni in una Torino insolita, autunnale e accogliente, che fa pensare alla familiarità della provincia, fotografata con grande finezza in accordo perfetto con il colore emozionale del racconto, con il suo andamento lento fatto di oggettività e accattivante attenzione al dettaglio, dove ogni inquadratura è al contempo al servizio della narrazione e connotativa, e dove i primi piani sono davvero, per usare la formula di Deleuze, ''immagini-affezioni'', cioè accrescimento di senso emotivo che dei personaggi svelano quel che né la storia né i dialoghi sono in grado di rivelare.
Poi, al termine di un sequenza di pedinamento nella quale Roberto tenta di fermare la fuga di Sara, il film muta bruscamente e con uno spiazzamento narrativo molto efficace ci ritroviamo a qualche mese prima, quando è invece Roberto a lasciare Alba (Monica Bellucci), che vive con lui da tre anni e con la quale sta cercando di avere un figlio. E qui lo spettatore capisce che la favola che sta vedendo parla di lui, o di lei, e che, come cantava Giorgio Gaber in una bella canzone, ''morire e far morire è un’antica usanza che suole aver la gente''.
Un film intimo, riflessivo, scritto bene e diretto con mano sicura da una giovane regista che dovrebbe avere davanti un avvenire di lavoro e di buone opere, contesto produttivo permettendo. Un altro segno della vitalità del nostro cinema, verso il quale gli spettatori italiani dovrebbero mostrare un’attenzione più costante, per incoraggiare i gestori delle sale e i distributori.
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