QUANDO LA FOTO SI FA 'PROSSIMO' di Fabio De Vecchi

Credo di conoscere bene il lavoro di Tano Siracusa, lo seguo dagli inizi, quando non lo conoscevo neanche, anzi, per meglio dire, quando lui non conosceva me. E, se ci capisco qualcosa, credo semplicemente che sia uno dei più grandi fotografi che ci siano oggi al mondo. E non mi sembra di esagerare. Siamo diventati amici e ho anche avuto l’opportunità di “collaborare” con lui. La prima volta quando, chiamato a realizzare un cortometraggio con i detenuti del carcere di Agrigento, ha accettato di seguirmi e scattare delle foto durante le riprese. La seconda quando l’ho convinto, faticando un po’ per la verità, a essere il protagonista di un mediometraggio. In quest’ultimo caso ci siamo trovati ad avere anche visioni diverse del lavoro, ma il risultato alla fine mi sembra… è meglio che lo giudichiate voi. Da parte mia spero che Lo sguardo eccentrico non sia solo un bel titolo.

Alcuni giorni fa Tano era appena rientrato dal suo viaggio in Madagascar al seguito di Aldo Lo Curto – un medico agrigentino che per alcuni mesi all’anno cura i più poveri in giro per il mondo – ed ero curioso di vedere il suo ultimo reportage. Così, in un’afosa, sciroccata domenica di maggio sono andato a trovarlo nella sua casa di via Sanso. Tano ha fotografato tanto i“sud”, quelli di casa nostra, come il manicomio, e quelli del mondo, l’Africa, l’India, il Cile, l’Argentina. Conosce bene, per averla vista e fotografata, la miseria, l’abbandono, la durezza di certi luoghi, ma questa volta mi sembrava particolarmente toccato da quest’ultima esperienza. Seduto al computer, mentre lui era alla ricerca affannosa di certi negativi, ho iniziato a scorrere le immagini. Bellissime, ma man mano che andavo avanti ho iniziato a provare qualcosa di nuovo, una leggera inquietudine, un’ansia appena abbozzata, una sensazione mai provata prima d’ora davanti le sua foto, anche le più dure. Dopo un po’, ho capito. Tano ha sempre fotografato gli ultimi, i diseredati, ma il dato formale, il fatto estetico era così efficace da offuscare il soggetto. Ricordo la straordinaria foto – scattata forse in India – di una povera vecchia che tende il braccio attraverso il finestrino di un autobus per chiedere la carità, la mano protesa in primo piano, il viso segnato e dolente ai margini dell’inquadratura, quasi remoto. Un immagine straziante, ma di tale bellezza da far quasi passare in secondo piano la drammaticità dell’evento. Adesso invece era diverso. Per la prima volta, la forza, la tensione emotiva del soggetto, dei soggetti raffigurati si imponeva. E questo malgrado non emergesse alcun sospetto di compiaciuto pietismo. C’è la foto di un bambino piccolo piccolo, il viso sporco, gli indumenti laceri, guarda stupito l’obbiettivo, sembra procedere verso un destino irrevocabilmente segnato. E poi quella che mi ha colpito di più: un uomo dal viso devastato dalla malattia, o semplicemente dalla miseria, che è la stessa cosa, con accanto una bambina, lo sguardo già quello di un’adulta, intenso e troppo segnato per la sua età. In loro lo stupore, l’attenzione stranita per un interesse che forse nessuno gli ha mai dedicato. Sono in posa: l’adulto che per un attimo si accende in una dignità che se mai c’è stata sembra perduta per sempre, la bambina incuriosita da quello straniero. Poi come d’incanto, alla fine della sequenza di fotografie, straordinariamente luminoso, il sorriso di un giovane indigeno, un’immagine di rara bellezza simile a certi scatti di Michael Cooper, che però non risarciva del disagio di fronte a tanta “carne piangente”. Poi ancora delle foto a colori, un effetto diverso, lontano dalla drammaticità del bianco e nero, ma rimaneva l’eco di una struggente malinconia.
Tornando a casa osservavo le fasi iniziali del passeggio domenicale al viale della Vittoria. Qualche coppia si teneva per mano, sembrava adempiere un rito stanco. Qualche altra, più giovane, sghignazzava. Pensavo al bel libro di Adriano Sofri sul prossimo, che sto leggendo in questi giorni, a Tano, che il suo prossimo si spinge a cercarlo lontano, con la sua sapienza d’artista e un’infinita compassione. Pensavo a noi distratti, che non riusciamo ad avere prossimo, troppo attaccati alla frenesia del nostro tempo. E ancora pensavo ai disperati sui barconi rispediti all’inferno, ai giovani che non sai se “ti chiederanno aiuto o ti daranno una coltellata”, come scriveva Pasolini nelle sue Lettere Luterane, a quelli che forse non sanno più parlare perché troppo comunicano, al mio paese e a – sono parole di Leonardo Sciascia, ma da allora poco è cambiato – alla sua “sciocca vitalità”.
 
Le foto di Tano Siracusa si possono vedere sul suo sito: www.tanosiracusa.it. E’ un’esperienza che consiglio a tutti di fare.
 
categorie: