È LA POESIA LA CHIAVE D'INGRESSO PER L'ORIENTE di Pepi Burgio

L’Oriente, pigra e superba ideazione della cultura occidentale, può forse lambire la residua domanda di altrove e offrirle una sponda; ma impalpabile, nebulosa, incerta. “Gli orientali non hanno alcun senso dell’Oriente. Il senso dell’Oriente siamo noi occidentali, noi rumi ad averlo”, ricorda con una citazione Mathias Énard in Bussola. E aggiunge, ancora con una citazione, che è imperdonabile riporre fiducia nei racconti dei viaggiatori: “Loro non vedono niente. Credono di vedere ma osservano solo riflessi.” L’Oriente è somigliante alla notte cantata da Fernando Pessoa. La notte che annulla le differenze che compongono il giorno, ergendosi a “signora delle cose impossibili che cerchiamo invano”. L’Oriente, con i versi incantati dell’Ode alla notte, è ciò da cui tutto viene, è “tutto quanto noi non abbiamo, tutto quanto noi non siamo”. In Oriente “chissà, forse ancor oggi vive Cristo”. L’impossibilità di sintonizzare la nostra rappresentazione della realtà con, nel caso specifico, quella dei beduini sotto la tenda piantata nel deserto, ci impediva, scrive Énard “di fare esperienza di quella vita nomade che non era la nostra”.
È tuttavia possibile pervenire a importanti risultanze conoscitive quando si rinuncia ad ogni velleità onnicomprensiva e, con impegno rigoroso, ci si accosta, per esempio alla cultura indiana quale essa si esprime nei versi sublimi della poesia, forma archetipica del tentativo di comprendere la propria interiorità e il mondo.

Questo è l’impegno che adesso in video, con straordinaria intensità, ha concepito Salvatore Lo Bue; il quale ha già dedicato al Mahābhārata (la più vasta opera di poesia mai generata dai tempi antichi, formata da centomila strofe, affidata alla tradizione orale e trascritta soltanto tra il II e il IV secolo d.C.) il IV volume della Storia della poesia. Il racconto di Savitri, messia-donna, vergine incarnazione del dire poetico in un tempo in cui, dice Lo Bue, “nella parola poetica trovava senso ogni cosa”, emoziona per la drammaticità della vicenda, la ieratica solennità affabulatoria con cui viene narrata, gli svariati rimandi antropologici sui temi universali ed eterni dell’amore e della morte.